6. Chi è il proprietario dei cimeli stradivariani della Collezione Fiorini e del Carteggio Cozio di Salabue?

Quando molti anni fa avevo raccolto per un’analisi storico-critica le fonti relative alla formazione delle raccolte liutarie del Museo Stradivariano di Cremona[1] m’era sembrato che qualcosa non andava nella procedura amministrativa dell’acquisizione della Collezione Salabue-Fiorini da parte del Comune di Cremona, ma non avevo più avuto tempo d’approfondire l’argomento, che ho ripreso solo di recente.

Per dare inizio al mio ragionamento, bisogna premettere che da ottantasette anni è stato scritto, sulla stampa periodica e non, che Giuseppe Fiorini, nel 1930, ha “donato al Comune di Cremona la raccolta dei cimeli stradivariani e il Carteggio di Cozio di Salabue, a lui venduti nel 1920 dalla marchesa Paola Dalla Valle di Pomaro, erede del conte piemontese che li aveva acquistati nel 1775-76 da Paolo e Antonio (nipote) Stradivari. L’hanno ribadito anche gli autori del Catalogo del 1987 (ristampato nel 2001) nel capitolo intitolato “Le vicende del Museo Stradivariano”,[2] Santoro nel libro dedicato a Giuseppe Fiorini del 1988[3] e Cacciatori nel recente catalogo delle raccolte consegnate al Museo del Violino nel 2013.[4]

Le carte della pratica amministrativa del tempo. conservate nella parte moderna dell’Archivio Comunale oggi depositato all’Archivio di Stato, e le molte altre sparse in diversi fondi, gran parte provenienti dal Museo Civico ed oggi distribuite fra il Museo e la Libreria Civica, presso la Biblioteca Statale di Cremona, sembrano svelare una storia diversa.

Ma andiamo per ordine:

Il 23 aprile 1929, una lettera del Console Generale d’Italia a Monaco di Baviera sollecitava il Podestà di Cremona a far conoscere “il suo pensiero in proposito e le eventuali deliberazioni di codesto Municipio”, in ordine alla proposta contenuta in una lettera di Giuseppe Fiorini (unita in copia dattiloscritta), che palesava l’intenzione del liutaio di far tornare la sua collezione di Cimeli Stradivariani, «colle dovute riserve, come deposito perpetuo, soltanto alla città di Cremona, la quale, da tempo, ha fondato un apposito Museo per raccogliervi le memorie dei suoi grandi liutari.» Il liutaio precisava fra l’altro:

«Nel mio pensiero essi debbono non solo essere salvaguardati da ogni possibile danno e pericolo, ma pure servire ad uno scopo di pratica utilità all’Arte liutistica. Concedo dunque uno spazio di tempo che va sino alla fine del 1933, per dar tempo alla città di Cremona di mettersi in grado di provvedere a tali condizioni.

Passato il periodo di tempo suddetto, riprenderò, automaticamente, la mia libertà di azione, provvedendo io stesso al miglior modo di rendere utile all’Arte queste cose preziose ed insostituibili.»[5]

La risposta del Podestà al Console è dell’8 maggio 1929 ed è sostanzialmente sintetizzata nel seguente passo:

«…Sono in corso, da parte della Segreteria Provinciale dell’Artigianato e dell’Istituto Fascista di Cultura, studi tendenti ad istituire in Cremona una Scuola di Liuteria. Se effettivamente si tratta, come si ritiene, di cimeli stradivariani, sarò ben grato al Sig. Cav. Giuseppe Fiorini se li vorrà per ora inviare in deposito al nostro Civico Museo ove saranno custoditi con ogni cura insieme con gli altri cimeli ivi già esistenti. Se entro il 1933 la Scuola non sarà istituita il Sig. Cav. Fiorini sarà libero di disporre, come meglio crederà, degli arnesi di sua proprietà.»[6]

L’inciso: “se effettivamente si tratta, come si ritiene, di cimeli stradivariani” era probabilmente dettato da un atteggiamento prudente indotto dall’affaire dei “falsi documenti stradivariani”, oggetto d’un processo penale a Bergamo, che occupava i giornali in quei mesi.[7]

Dell’offerta di Fiorini e della proposta del Podestà fu comunque dato ampio rilievo sul giornale locale di Cremona il 15 maggio in un articolo non firmato, ma probabilmente di Renzo Bacchetta.[8]

Il cav. Fiorini, arrivato a Cremona ai primi di giugno, ebbe un incontro congiunto con il titolare della fabbrica di pianoforti cav. Pietro Anelli, convinto fautore dell’istituzione a Cremona della Scuola di Liuteria, con il curatore del Museo Civico don Illemo Camelli, e col dottor Renzo Bacchetta, segretario provinciale dell’artigianato e giornalista (oltre che appassionato studioso di liuteria).

Passò però quasi un anno, nel quale l’Amministrazione comunale era sembrata temporeggiare, anche se contatti costanti erano stati intrattenuti col cav. Fiorini da Pietro Anelli, che l’informava su come procedeva la pratica a Cremona, specialmente riguardo alla proposta d’istituzione della Scuola di Liuteria. Mentre la politica indugiava, una scuola di liuteria era stata fondata intanto a Parma, e la cosa aveva preoccupato Fiorini, il quale temeva gli effetti d’una concorrenza fra le scuole di due città così vicine.[9]

Il 4 aprile 1930, il liutaio – forse anche per forzare la mano – scrisse al Podestà di Cremona la seguente lettera da Monaco:

«Illustre Signor Podestà

Or sono dodici mesi ebbi l'onore di intrattenermi con Lei a Cremona, riguardo la mia collezione dei cimeli stradivariani, e del Loro collocamento in Deposito Perpetuo al Civico Museo della Sua Città.

Persuaso che le condizioni cui questo dono è legato, verranno, come da sua promessa, esaudite, mi sono dato cura di farne la spedizione al Prof. Camelli, il quale la riceverà nei prossimi giorni.

Io stesso calcolo di essere il 15 corrente a Cremona, restandovi il tempo necessario per compiere gli atti del caso.

Presumo che Ella prenda atto di quanto Le ho esposto, colla soddisfazione di cui il primo Cittadino della Patria di Antonio Stradivari è indubbiamente suscettibile per le glorie di Cremona.

Con alta osservanza, mi creda

Suo devotissimo

  1. Fiorini».[10]

I due termini (deposito perpetuo e dono) usati nella lettera come fossero sinonimi da Fiorini, presumibilmente privo delle competenze necessarie per comprendere le differenze giuridiche che implicano, sembrano contraddire una chiara determinazione della forma data alla sua cessione.

L’origine del deposito perpetuo, scelto da Fiorini, è spiegata in una sua lettera inviata a Pietro Anelli da Monaco il 29 giugno 1930, nella quale reagiva a quanto scritto in articoli apparsi sulla stampa quotidiana a Cremona[11] e a Milano[12] – da lui attribuiti forse non a torto alla penna di Renzo Bacchetta, col quale interruppe da allora ogni rapporto – in cui si sottolineava che gli oggetti della collezione erano riusciti “per ben due volte a passare la frontiera inosservatamente”, e precisava fra l’altro: «Non ho mai detto, appunto perché lo ritengo superfluo, che allorquando scrissi alla marchesa Dalla Valle per chiederle di vendermi la nota collezione, la informai che lo scopo del mio acquisto non era di bassa speculazione, ma che io invece volevo farne oggetto di uno studio minuzioso a vantaggio dell’arte e poi di farne un dono al mio paese. Per dare una forma concreta a questo mio divisamento allorchè l’acquisto fu fatto, andai dall’avv. cav. Mario Tedeschi a Torino, chiedendogli di darmi il suo parere sulla forma da darsi alla mia donazione destinata a Cremona, e fu appunto lui che mi consigliò il deposito perpetuo. […] Poi i fatti valgono più delle parole. DOPO averla riportata con me all’estero, poiché a nessun altro l’avrei affidata, la ho, al momento che mi è apparso più opportuno, offerta e consegnata alla patria di Stradivari. Mi si rimprovera di averla portata con me due volte all’estero; ma io ne ero il proprietario e la sola persona competente a sottoporla ad uno studio profittevole. COME avrei potuto farlo, senza averla presso di me? Se avessi voluto venderla, non avrei potuto farlo, quando ero in Isvizzera e quando l’ho avuta qui a Monaco? Le occasioni non sono mancate e lei sa che potevo realizzare il doppio di quanto l’avevo pagata. SE io ho rifiutato ogni offerta non è questa la prova massima della purezza delle mie intenzioni? Chi poteva impedirmi di venderla all’estero e incassare una somma di 200.000 lire? Chi può dire che i giornalisti avrebbero fatto altrettanto nel mio caso!»[13]

Sebbene non vi siano motivi per mettere in dubbio la buona fede di Fiorini, bisogna dire che il rilievo sul trasferimento abusivo all’estero dei cimeli non era campato per aria. La Legge (Rosadi-Rava) del 20 giugno 1909, n. 364, stabiliva infatti all’art. 1 che tutte “Le cose mobili e immobili di interesse storico, archeologico, paletnologico e artistico” – escluse quelle realizzate entro i 50 anni – fra le quali erano compresi anche “i codici, gli antichi manoscritti, gli incunaboli, le stampe e incisioni rare e di pregio e le cose di interesse numismatico”, erano soggette a tutela e perciò, in base al suo regolamento applicativo (R.D. 30 gennaio 1913, n. 363), sussisteva il divieto di esportazione, “almeno quando ciò avesse costituito grave danno per la storia, l’archeologia e l’arte.” E non importa se di proprietà pubblica o privata,[14]

Nell’applicazione della norma, tuttavia, «la Dottrina dell’epoca non riconosceva la portata innovativa dei principi della legge del 1909 [peraltro poi ripresi in quelle del 1939, del 1999 e successive], cercando, invece, di incanalarli nei più consueti istituti delle Servitù pubbliche, degli oneri reali o delle limitazioni amministrative alla proprietà privata.»[15]

La denuncia pubblica dell’esportazione abusiva aveva turbato non poco Fiorini, che in una lettera inviata a don Camelli il 4 settembre 1930 ribadiva ancora come s’erano svolti i fatti dell’acquisto della collezione e i motivi per cui l’aveva portata con se: «Durante la guerra [1915-1918], in attesa di ritornare al mio paese, mi trattenni a Zurigo e fu là che io appresi che la Collezione dei cimeli stradivari ani stava per essere venduta al Sig.r Barere Ministro Francese [sic]; feci una repentina decisione e scrissi alla Marchesa Paola Della Valle all’incirca quanto segue: “Non sono ricco e non sono uno speculatore che voglia fare un affare; Sono invece un studioso liutaio, che desidera di comperare i cimeli stradivari ani per trarne il profitto che può venirne all’arte e per regalarli in ultimo al Governo Italiano, se questo si deciderà ad aprire una scuola di liuteria. Mi aiuti Sig.ra Marchesa a tale patriottico scopo.”

Ora vede illustre Professore che la mia decisione era chiara fino dal principio e che ogni mia azione successiva è stata strettamente conforme ai miei propositi. Il trasporto dei cimeli in Isvizzera, ove io risiedevo, era diventato necessario per diverse circostanze. Anzitutto le condizioni della vita in Italia allontanavano la possibilità di ritornarvi a breve scadenza ed io avevo bisogno di studiare questi oggetti nella tranquillità del mio laboratorio. La Sig.ra Marchesa rifiutava di tenerli più oltre presso di sé. Nessuno dei miei conoscenti accettò di custodirmeli. Dunque li portai a Zurigo e li riportai con me a Roma, quando nel 23 vi stabilii dimora. Come è noto mi recai nel 25 a Cremona, per offrirli in regalo al Museo Civico. Il Comm. Mandelli mi pregò di prorogare la cosa, promettendomi di scrivermi, ciò che non avvenne.

Le condizioni della mia vista esigevano che io ritornassi in Germania per tentare una nuova cura, e riportai con la collezione, dopo aver rifiutato parecchie vantaggiose offerte, poiché, alla peggio, avrei lasciato, dopo la mia morte, tutto al Civico Museo di Cremona. Lo scandalo dei falsi documenti stradivariani, la cui origine Lei conosce, mi trassero a mandare un telegramma al Giornale “La Tribuna” in Roma, nel quale affermavo che lettera, mandata contemporaneamente al Console Generale di Monaco, li offrivo in regalo al Governo, con destinazione a Cremona. Il resto a Lei è noto.»[16]

Non posso omettere di ribadire che le fonti cremonesi che ho letto confermano tutte la fedeltà costante di Fiorini alla forma del Deposito Perpetuo, suggeritagli dall’avvocato di Torino:

- Nella lettera spedita da Venezia il 19 ottobre, il liutaio comunicava al Podestà: «Io ritornerò a Cremona il 23 corr. per attendere l’inaugurazione [della nuova sala stradivariana]. Io prego pertanto l’E.V. di trasmettere all’Albergo Roma, un appuntamento, perché io possa venire e trattare con Lei sul documento di Deposito Perpetuo come convenuto, e che vorrei fosse fatto, entro la corrente settimana[17] Il 20 ottobre, il Podestà fece pervenire all’Albergo Roma la comunicazione richiesta da Fiorini in cui scrisse fra l’altro: «Per quanto riguarda il testo dell’atto da formularsi pel deposito in perpetuo dei Cimeli Stradivariani nel Civico Museo di Cremona, La prego recarsi da me nelle ore pomeridiane dei giorni 23 o 24 c. m.».[18]

- L’invito ufficiale a stampa all’inaugurazione della Sala Stradivariana nel Civico Museo, che si tenne il 26 ottobre, predisposto dal Comune e datato 20 ottobre 1930, dice a un certo punto «allestita con i cimeli locali e con quelli della raccolta Salabue, depositati in perpetuo dal Cav. Giuseppe Fiorini.»[19]

- Esiste, nella pratica amministrativa, dattiloscritto e pronto per la sottoscrizione, un atto di deposito perpetuo da stipularsi fra Giuseppe Fiorini e il Comune di Cremona – che si può credere sia stato concordato nell’incontro detto sopra col Podestà – in cui si prevede la consegna al Museo Civico dei “cimeli stradivariani” [in effetti già avvenuta fra l’aprile e il giugno 1930], indicati in numero di 1303,[20] perché siano “esposti al pubblico a scopo di studio e cultura”, impegnandosi il podestà pro-tempore a “provvedere alla conservazione e custodia in perpetuo di tali cimeli nonché di farli inventariare e descrivere dettagliatamente al più presto dall’apposito personale del civico Museo.”[21]

- Nell’autobiografia autografa di Giuseppe Fiorini,[22] proveniente dal Museo Civico e conservata oggi nella Libreria Civica, manoscritta in quattro fogli e inviata a don Camelli unita a una lettera del 6 ottobre 1930,[23] il liutaio ribadiva d’aver consegnato a Cremona i cimeli stradivariani in deposito perpetuo.

L’autobiografia del liutaio fu utilizzata da Camelli per scrivere un articolo sulla cessione – apparso sulla rivista Cremona dell’ottobre 1930 – che ha nel titolo il termine donazione,[24] e una nota autografa dello stesso Camelli, scritta a matita non si sa quando in questo documento, a margine dell’indicazione del deposito perpetuo, afferma: “convertita poi in donazione senza condizioni”.

Don Camelli aveva predisposto anche una sua lettera d’invito all’inaugurazione della Sala Stradivariana, datata 18 ottobre 1930, conservata nei carteggi del Museo Civico in bozza manoscritta e in copia dattiloscritta su carta intestata dell’Istituto,[25] in cui aveva scritto con convinzione:

«Ill.mo Signore,

domenica 26 corr., alle ore 10, si inaugurerà nel nostro Civico Museo la sala dedicata al nostro liutaio ANTONIO STRADIVARI e nella quale sono stati collocati i cimeli della raccolta Salabue, donati dal liutaio cav. Giuseppe Fiorini.

La S, V, Ill.ma, tanto benemerita nel campo musicale e artistico, è invitata a partecipare alla cerimonia ed a prendere cognizione dei cimeli esposti.»

È lecito domandarsi a questo punto se la donazione sostenuta da Camelli nel suo invito, precedente alle comunicazioni fra Fiorini e il Podestà del 19 e 20 ottobre, fosse una sua personale convinzione o un fatto. Viene da dubitare che anche don Camelli non fosse attrezzato per valutare la differenza giuridica fra i termini deposito e donazione. E, d’altra parte, nella versione “vulgata” dei fatti sembra che anche il Podestà, benché avvocato, fosse vittima della stessa contraddizione. Il 25 ottobre, infatti, l’avv. Giovanni Bellini invitava per iscritto don Camelli «ad una colazione intima che il Comune offre domani, 26 corr. alle ore 12,30 all’Albergo Roma, in onore del Cav. Giuseppe Fiorini che ha donato al Civico Museo una ricca e preziosa collezione di Cimeli Stradivariani.»[26]

D'altronde, anche la lettera di ringraziamento ufficiale per la cessione inviata al cav. Fiorini dal Podestà – di cui esistono nella pratica conservata in archivio sia la minuta autografa di don Camelli che la copia dattiloscritta datata 26 ottobre 1930, firmata e con l’annotazione della spedizione il 25 o 29 ottobre – mostra le stesse ambiguità:

«Illustre Cav, Giuseppe Fiorini,

Ella, con gesto munifico, ha consegnato al Comune di Cremona per il Civico Museo i Cimeli Stradivariani che appartennero alla celebre raccolta del Conte Cozio Salabue e che Ella acquistò dalla Marchesa Paola dalla Valle, per impedire che esulassero all’estero e col preciso proposito di farne dono all’Italia.

L’offerta che Ella ha fatto è accettata dal Comune di Cremona con vivo spirito di Fierezza, perché atto di predilezione e di solenne omaggio alla grande e purissima gloria di Antonio Stradivari e degli altri insigni liutai cremonesi, e ripara alla noncuranza dei nostri avi i quali hanno a loro giustificazione la tristezza dei tempi.

[…]

Ella, consegnando i Cimeli, non ha voluto chiedere alla Città l’apertura materiale di una scuola di liuteria, ma ha chiesto solo che i Cimeli siano esposti convenientemente al pubblico studio, perché dallo studio libero e senza vincoli che possano tradursi in impedimento alla genialità, o risolversi in fecondazione dell’opera mediocre e negativa; si accenda spontaneamente la scintilla divina che fu già di Antonio Stradivari. Ed è questa una profondissima visione pratica a cui può presiedere solo un altissimo senso di vera arte, visione che il Comune di Cremona ben comprende ed apprezza in tutto il suo valore, cosichè (sic) esso promette non solo di circondare i Cimeli Stradivariani di tutte quella attenzione amorosa che Ella desidera, non solo di mantenerli esposti in perpetuo nel Civico Museo sotto la scrupolosa e sapiente tutela delle leggi italiane in materia d’arte e delle disposizioni statutarie del Museo, ma ancora di farli diventare elementi vivi di studio per tutti, illustrandoli, a periodi di tempo opportuno, nella loro importanza ideale e nella loro essenza pratica, creando di fatto intorno ad essi quell’aura di comunicazione intellettuale e di trasmissione amorosa che è la vera scuola feconda per i temperamenti spontaneamente dotati nell’arte.

Con questi intenti e con questa precisa promessa ritiene il Comune di Cremona di rispondere nel miglior modo al dono morale che accompagna l’offerta materiale dei cimeli, e nel mentre fa incidere il nome del Cav. Giuseppe Fiorini nella tavola marmorea dei più cospicui donatori al Civico Museo, aggiunge idealmente il Nome di Lui alla serie degli insigni che hanno reso Cremona gloriosa nell’arte del suono.»[27]

In effetti, il nome di Fiorini è inciso nella lapide murata ai piedi dello scalone di palazzo Affaitati, dove ha sede il Museo Civico, ma qualcuno (probabilmente don Camelli) aveva pensato anche a un’epigrafe da porre nella sala stradivariana, che però non fu realizzata, in cui si menziona non il deposito ma il dono.[28] E mi domando: che cosa intendeva il Podestà col dire nella lettera di ringraziamento “L’offerta che Ella ha fatto è accettata dal Comune di Cremona”? Il deposito perpetuo o la donazione? E poteva bastare una lettera come atto ufficiale d’accettazione formale della cessione da parte dell’amministrazione comunale?

Datare la nota a margine di don Camelli nell’autobiografia di Fiorini è difficile. Si può presumere sia successiva all’inaugurazione della sala stradivariana, nel cui invito a stampa si menzionava come s’è visto il deposito perpetuo, e forse anche all’articolo sulla rivista Cremona dell’ottobre 1930, che usciva a fine mese e perciò scritto qualche giorno prima, ed è comunque collocabile nel lasso di tempo che va dall’ottobre 1930 sino al 24 gennaio 1934, giorno in cui Giuseppe Fiorini morì e non avrebbe più potuto sottoscrivere alcun documento.

Ma come mai d’una tale eventuale importante decisione del liutaio – che dovrebbe essere stata presa dopo il 20 ottobre 1930 – non ho trovato traccia, né nell’archivio comunale, né nelle Rubriche del Protocollo Generale del Comune (i Registri non sono consultabili – sebbene a disposizione di chi li richieda con anticipo – perché trasferiti per ragioni di spazio in un deposito fuori Cremona), né nei Registri delle determinazioni podestarili (tutti conservati all’Archivio di Stato), né nel Repertorio degli Atti contrattuali (III° volume, 1924 – 1950) celebrati dal Segretario Comunale, ancora conservato presso l’Archivio Corrente del Comune di Cremona, uniche fonti esistenti a testimonianza dell’attività amministrativa comunale di quegli anni, dato che il Consiglio Comunale era stato sciolto nel 1922 e la Giunta Municipale nel 1926 e non furono ripristinati che nel 1946?

Si potrebbe anche pensare che l’atto di deposito o di donazione fosse stato rogato da un notaio, ma in tal caso se ne dovrebbe trovare annotazione nei registri comunali e almeno un esemplare si dovrebbe conservare fra le carte dell’archivio.

Mi domando anche: Perché l’atto di deposito perpetuo non fu firmato? Perché non ho trovato una scrittura di Giuseppe Fiorini che manifesti il suo cambiamento di volontà a favore della “donazione senza condizioni”? Perché non ho trovato una scrittura privata o pubblica o amministrativa di deposito o di donazione della collezione regolarmente sottoscritta da entrambi i contraenti?

La proceduta regolare, seguita tante volte in precedenza per altre cessioni al Museo, anche meno importanti, consisteva in una palese manifestazione di volontà scritta dal cedente (o da chi per esso) e nella accettazione dell’amministrazione comunale, espressa con un atto ufficiale (solitamente una deliberazione della Giunta comunale). È accaduto, per esempio, anche nel 1934 per il dono del pianoforte di Amilcare Ponchielli, che fu accettato con delibera podestarile del 13 luglio. Ma ciò sembra non essere avvenuto, né per la consegna della collezione Salabue nel 1930, né per l’invio al Museo fatto nel 1932 da Fiorini di due suoi strumenti (un violino e una viola),[29] ne per l’invio al Museo del Ritratto di Cozio di Salabue del Morera, deciso dalla vedova di Fiorini, Wally Rieger, nel 1934.[30]

Si può congetturare che l’indugio nel chiudere amministrativamente la questione della cessione della Collezione sia stato un espediente per risolvere – attendendo che diminuisse l’attenzione dei media ed eventualmente di chi di dovere – la questione delle due illecite esportazioni all’estero da parte di Fiorini, ma c’è da dubitare che nel periodo storico in cui la vicenda è maturata si badasse a tali sottigliezze. Santoro – al suo solito senza citare la fonte – ha scritto che il Podesta, nel 1929, parlandogli dell’argomento, “aveva invitato Anelli a non indugiare troppo sulla burocrazia.“[31]

O, magari, la procedura non fu perfezionata in attesa della promessa istituzione della Scuola di Liuteria, da crearsi secondo le condizioni stabilite nel 1929 da Fiorini entro il 1933; ma come si legge nella sopracitata lettera di ringraziamento del Podestà del 26 ottobre 1930, pare che Fiorini vi avesse già rinunciato.

Il 10 ottobre 1932 giunse al Comune una lettera. su carta intestata: Città di Firenze / Maggio Musicale Fiorentino / Mostra di Liuteria Italiana Antica e Moderna, a firma del senatore Ugo Ojetti – in qualità di Presidente della Mostra di Liuteria – e Carlo Del Croix – come Presidente dell’Ente Autonomo Politeama Fiorentino; in essa si informava che «il Comitato ordinatore ha disposto che la sala centrale [della mostra allestita in Palazzo Vecchio] sia messa a disposizione del Municipio di Cremona, perché si compiaccia ivi ordinare ed esporre gli oggetti e i cimeli interessanti la sua gloriosa tradizione nel campo della Liuteria.»

Il Podestà rispose con prontezza il 14 ottobre seguente a personaggi di tale ‘rango’, confermando la partecipazione del Comune di Cremona alla manifestazione, e inviò il giorno stesso al Conservatore del Museo il seguente ordine: «Oggi stesso ho risposto alla lettera assicurando che Cremona sarà presente alla Mostra e pertanto invito la S.V. a prendere tutti gli opportuni accordi con la ridetta On. Presidenza per l’invio a Firenze dei nostri cimeli stradivariani.»[32]

Ad una lettera inviata l’8 novembre da don Camelli a Fiorini, per interpellarlo riguardo al prestito temporaneo a Firenze, il liutaio rispose il 20 seguente scrivendo fra l’altro:

«Il contenuto della Sua lettera, per quanto riguarda le feste fiorentine mi preoccupa alquanto. Non dubbito (sic) che tutte le precauzioni necessarie sarebbero prese, perché i cimeli stradivariani fossero garantiti quanto possibile, però nessuno può garantire che una disgrazia, magari un incendio, potesse capitare.

Una distruzione, anche in parte, di questi oggetti a noi cari, sarebbe un malanno irreparabile, perché sono unici. Io non saprei mai consolarmene.

Penso che basterebbe mandare a Firenze la fotografia delle diverse vetrine da Lei così ben disposte, con una intestazione ben chiara, che dicesse la provenienza, i trapassi e l’ultima proprietà ed il deposito perpetuo a favore del Museo Cremonese, fatto da me.»

Considerato quanto letto nelle fonti cremonesi citate sin qui, si sarebbe potuto credere nell’esistenza d’un accordo verbale fra Fiorini e il Comune sulla donazione, ma quest’ultimo documento pare confermare che il liutaio, alla fine del 1932, era ancora convinto che la forma della sua cessione era un deposito.

Nella stessa lettera, Fiorini esprimeva nuovamente i propri timori che l’inevitabile parlare da parte della stampa dei cimeli esposti a Firenze potesse rivangare il fatto delle esportazioni all’estero e ricostruiva ancora com’era venuto in possesso della collezione, i motivi per cui l’aveva portata all’estero e i passi fatti per “regalarla all’Italia” e lasciava infine a Don Camelli la responsabilità della decisione sul prestito.[33]

I giorni rimanenti del 1932 e quelli dell’inizio dell’anno nuovo furono dedicati alla ricerca d’una soluzione per la questione di Firenze, con il Podestà che desiderava mantenere fede all’adesione del Comune di Cremona, Don Camelli che comunicando le condizioni poste di volta in volta da Fiorini remava contro e il senatore Ojetti che chiedeva insistentemente di convincere il liutaio a desistere dalle sue posizioni contrarie.

Alla fine, dopo il ricevimento d’una lettera scrittagli personalmente da Ojetti, Fiorini gli rispose il 26 gennaio 1933 affermando, dopo vario argomentare, che «La cosa si riduce a questo: che il Sig.r Podestà non crede di potere assumere da sé la responsabilità, ma io posso assumerla meno di tutti, poiché, certamente, il più competente a misurare la gravità della cosa, in caso di disgrazia.»[34]

Il 6 febbraio Fiorini inviò al Podestà una comunicazione risolutiva, in cui elencava le cautele che avrebbe pretese, «oltre a quelle che il Prof. Camelli avrebbe indicate.

Le mie speciali condizioni si riassumono in breve così: La collezione deve essere portata, personalmente dal Prof. Camelli, perché possa essere collocata dallo stesso nelle vetrine, già preparate.

Queste devono presentare la maggiore sicurezza di chiusura e devono essere sigillate, magari a piombo, che garantisca la impossibilità a chiunquessia di estrarne gli oggetti.

Lo stesso Prof. Camelli dovrà riprenderli in consegna e riportarli a Cremona.

L’assicurazione non dovrà essere inferiore alle cinquecentomila lire.

Se queste mie condizioni non fossero accettate, la mia approvazione verrebbe automaticamente, a cessare e non più rinnovata.»[35]

Il tono di Fiorini parrebbe più quello d’un “depositante”, ancora proprietario dei beni, che quello d’un “donatore” che ha rinunciato ad ogni diritto su di essi. Sta di fatto che don Camelli, chiamato direttamente in causa, inviò a Ojetti un lungo scritto il 9 febbraio, del quale si conserva la minuta manoscritta in sette pagine, in cui – adducendo anche personali motivi di salute – comunicava la sua indisponibilità fisica ad assumersi la responsabilità, l’onere e la fatica di portare personalmente a Firenze i Cimeli e a riportarli a Cremona alla fine della Mostra.[36]

La vicenda si chiuse qui, con pieno accoglimento della posizione di Fiorini che, in una lettera inviata il 18 marzo 1933 a don Camelli, espresse così la sua soddisfazione:

«Illustre e caro Amico,

La Sua stimata lettera, del 9 c.m., mi ha raggiunto qui a Gallspach, ove stò assolvendo la solita cura.

Le notizie che Lei mi comunica e che spero di ricevere tal quali, mi hanno sollevato da un vero incubo. Certe cose che non potevo mettere per iscritto, formeranno il tema del nostro prossimo incontro, forse a Maggio.

La ringrazio intanto della Sua premura e cooperazione.»

In attesa dell’incontro di maggio la tensione a Cremona s’era sedata. Il 29 maggio la moglie di Fiorini, Wally, scrisse a don Camelli che il marito era grave, perché il 12 precedente aveva avuto un “colpo apoplettico”.[37] Il liutaio, sino a dicembre, scrisse ancora qualche lettera a Camelli, ma non riuscì più a venire a Cremona e, come detto, morì il 24 gennaio dell’anno seguente.

Morto Giuseppe Fiorini, il Comune non ebbe più remore a comportarsi da “proprietario” della Collezione, tant’è vero che nel 1938, per mero interesse politico, alcuni dei cimeli stradivariani furono inviati alla Fiera Internazionale dell’Artigianato di Berlino, chiusi in vetrine sigillate “e non modificabili”, assicurate contro ogni rischio con una polizza accesa presso la Riunione Adriatica Sicurtà per mezzo milione di lire del tempo. Nel viaggio di ritorno a Cremona i vetri di due vetrine si ruppero danneggiando 13 reperti, ma l’assicurazione non risarcì i danni perché la polizza “venne contratta con esclusione del rischio di rottura”.[38]

Nella lettera al Podestà, scritta il 23 novembre 1938 mentre la questione non era ancora stata risolta, conservata in minuta nella pratica, don Camelli, inviando il verbale di constatazione dei danni, aveva aggiunto: «In verità, però, i danni subiti di fatto dai cimeli si riducono a poca cosa e quasi ogni danno è riparabile. [...] Tuttavia è sempre gravissimo il fatto degli avvenuti danneggiamenti per mancanza di osservanza delle norme da seguirsi in simili trasporti, ed ho già fatto sapere alle autorità competenti e d’accordo con esse, che il Museo di Cremona non farà mai più uscire cimeli od opere dalle proprie sale. Un po’ alla volta poi tutti dovranno convincersi che le opere raccolte nei musei non possono essere rimosse di frequente e tanto meno si possono far ballare ad ogni interessata richiesta.» [39]

Fu questa l’ultima incombenza riguardante la Collezione Fiorini che occupò don Camelli, perché morì il 4 gennaio 1939, e con lui – siccome anche i Podestà erano cambiati nel corso degli anni – andò probabilmente perduta la “memoria storica” della vicenda dell’acquisizione. Poi arrivò la guerra e chi subentrò negli anni seguenti fu tanto sicuro che Fiorini aveva donato i Cimeli stradivariani da neppure sognarsi di verificare come fossero andate le cose.

Giunto a questo punto pensavo d’aver concluso l’indagine, ma – anche se nella lettera scritta nel 1934 al prof. Camelli da Guido Bianchi, cognato della vedova di Fiorini, per annunciare l’invio del Ritratto di Cozio di Salabue definiva il Museo “già possessore della collezione Stradivariana di donazione Fiorini”[40] – mi è venuto un altro dubbio: E se a modificare la natura della cessione fosse stata Wally Rieger, la vedova di Fiorini? Questa avrebbe potuto farlo entro la fine del 1938, cioè prima della morte di don Camelli, autore della nota a margine nell’autobiografia del liutaio. Ho fatto allora un supplemento di ricerca nei registri comunali e nelle altre fonti sopra elencate per trovarne eventuale riscontro negli anni fra il 1934 e la fine di gennaio del 1939, ma senza averne conferma.

Una delle condizioni di Fiorini per la cessione, indicate nella bozza del sopra citato atto di deposito perpetuo, era che il Comune s’impegnava a far inventariare i cimeli. La redazione dell’inventario fu in effetti ordinata per iscritto dal Podestà al Conservatore del Museo il 31 ottobre 1930,[41] ma l’operazione non fu mai fatta.

Solo il Carteggio di Cozio di Salabue trovò una prima elencazione con la pubblicazione nel 1950 della sua trascrizione ad opera di Renzo Bacchetta.[42] Per i cimeli stradivariani si dovette giungere al 1956 per avere un primo elenco sommario, compilato quando il Comune di Cremona consegnò in uso l’intero corpus dei cimeli liutari del Museo Civico alla Scuola Internazionale di Liuteria, nel quale non vennero distinti quelli “locali”, pervenuti al Museo prima del 1930, da quelli della Collezione Salabue e da quelli arrivati dopo.[43]

Il Carteggio del marchese Cozio di Salabue – rimasto in Museo – sarebbe stato depositato nel 1973 alla Libreria Civica, presso la Biblioteca Statale di Cremona,[44] mischiato però con oltre cento ‘cimeli’ provenienti dalla donazione Cerani (1893) ed alcuni dalla Collezione Fiorini (1930), forse mai visti né da Mosconi, né da Sacconi.[45]

Nel 1976 la raccolta data in uso vent’anni prima alla Scuola di Liuteria tornò al Museo Civico, allestita presso la Sala Manfredini, e nel 1979 un parte di essa (solo gli oggetti ‘riconosciuti’ da Simeone Ferdinando Sacconi come provenienti dalla bottega stradivariana e da lui catalogati nel 1972[46]) fu esposta nella sede del nuovo Museo Stradivariano di Via Palestro. Nel 2001 gli oggetti già esposti nel Museo Stradivariano sono tornati nella sala Manfredini del Museo Civico, per essere quindi consegnati nel 2013 – assieme a quelli non esposti – al Museo del Violino, dove il pubblico ne ha oggi di fatto un accesso molto più limitato e meno visibile che negli allestimenti precedenti.

Forse, qualcuno più bravo di me potrà trovare ciò che a me non è riuscito sulla vicenda della cessione, ma al punto in cui sono giunto io non posso esimermi dal dire che le fonti da me consultate sembrano non dire inequivocabilmente a quale titolo il Comune di Cremona ha acquisito nel 1930 gli oggetti della ex Collezione Salabue.

Se fosse confermato che la procedura d’acquisizione non era stata regolare, bisognerebbe porsi oltretutto degli interrogativi sulla legittimità degli atti che su di essa sono stati compiuti nel tempo dall’amministrazione comunale e da chi per essa.

Non sono io a dover indicare quale autorità, amministrativa o giudiziaria, dovrebbe decidere sulla questione e, senza attribuirmi competenze che non ho ma col solo modesto bagaglio di quasi trent’anni d’esperienza amministrativa negli enti pubblici, ho pensato, come puro esercizio accademico, che l’intricata faccenda potrebbe essere esaminata almeno sotto tre punti di vista: 1) Deposito; 2) Donazione; 3) Possesso.

1) Deposito

Premesso che la fattispecie del “deposito perpetuo”, consigliato a Fiorini dall’avvocato di Torino, non è contemplata dalla norma, la natura giuridica del rapporto dovrebbe essere ricondotta alla generalità dettata dall’articolo 1768 C.C. nella forma del Deposito, e il Comune, in quanto “depositario”, sarebbe stato tenuto alla “custodia” degli oggetti, dato che, nell’articolo suddetto, è stabilito che “Il deposito”[47] è il contratto col quale una parte riceve[48] dall'altra una cosa mobile[49] con l'obbligo di custodirla e di restituirla in natura.”

Come si può evincere da qualsiasi manuale giuridico, dal contratto di deposito scaturiscono una serie di obbligazioni incombenti tanto su una parte, il “depositante”, che sull'altra, il “depositario”, che possono essere schematizzate come segue:

Principali Obbligazioni a carico del depositante:

- (art. 1774 c.c.) pagare le spese eventualmente necessarie per la restituzione del bene;

- (art. 1781 c.c.) rimborsare il depositario delle spese sostenute per conservare la cosa;

- (art. 1781 c.c.) pagare l'eventuale compenso pattuito.

Principali Obbligazioni a carico del depositario:

- (art. 1768 c.c.) usare nella custodia la diligenza del buon padre di famiglia (se il deposito è a titolo gratuito, la responsabilità per colpa sarà valutata con minore severità);

- (art. 1770 c.c.) non servirsi della cosa depositata senza il previo consenso del depositante (altrimenti incorre nel reato di furto d'uso) e non concederla in deposito ad altri (sub-deposito), senza il previo consenso del depositante;

- (art. 1771 c.c.) restituire la cosa quando il depositante (o chi sia in possesso di un documento di legittimazione necessario per la restituzione dello stesso – art. 1177) la richieda;

- (art. 1775 c.c.) restituire al depositante i frutti della cosa da lui eventualmente percepiti.

Di conseguenza, stante il divieto al depositario di concedere i beni in sub-deposito, ci si può chiedere se sia stata legittima la consegna in uso dei beni della Collezione Fiorini, fra il 1956 e il 1976, alla Scuola Internazionale di Liuteria, che era un soggetto giuridico diverso dal Comune “depositario”, e, per lo stesso motivo, ci sarebbe da chiedersi se è stata legittima la consegna, nel 2013, dei beni della Collezione Fiorini alla Fondazione Museo del Violino, anch’essa soggetto giuridico diverso dal Comune “depositario”.

Inoltre, non so se ancora esistano eventuali eredi legittimi di Giuseppe Fiorini, ma, se ne esistessero, purché entro il sesto grado, potrebbero chiedere la restituzione dei beni, oppure modificare la natura del ‘contratto’ in essere? E qualora non ve ne fossero più, a chi spetterebbe il diritto di proprietà dei beni?

L’art. 386 del Codice Civile recita che: “In mancanza di altri successibili l'eredità è devoluta allo Stato. L'acquisto si opera per diritto senza bisogno di accettazione e non può farsi luogo a rinunzia.”

Mi sono chiesto se questa norma sia ancora in vigore? Pare proprio di si. Un articolo recente (3 maggio 2016) di Ferdinando Regis su “Il fatto quotidiano” annunciava la presentazione in Parlamento di tre proposte di legge, da parte di Lega e Pd, per modificare il Codice Civile in materia di successione, particolarmente intese a consentire l’acquisizione in prima istanza da parte dei Comuni dei beni immobili (non dei beni mobili!) d’eredità giacente e, solo a seguito di rinuncia di questi (i Comuni), l’acquisizione da parte della Stato.

Se si determinasse che la Collezione Fiorini è proprietà dello Stato, sul piano pratico forse potrebbe non cambiare nulla, perché il Ministero dei Beni Culturali potrebbe comunque decidere di lasciare in deposito o in comodato la collezione Fiorini al Museo del Violino, ma sarebbe comunque ben diversa la sostanza.

2) Donazione

Se un’autorità riconoscesse la forma della donazione, si risolverebbe ogni problema, perché il Comune diverrebbe proprietario dei beni a tutti gli effetti. Ma a cominciare da quando?

3) Possesso

Se le due forme indicate sopra non venissero riconosciute e tenuto conto che il Possesso dei beni è stato innegabilmente esercitato dal Comune di Cremona per più di ottant’anni, potrebbe esso rivendicare il diritto all’usucapione?

L’art. 1164 del Codice Civile recita che: “Chi ha il possesso corrispondente all'esercizio d'un diritto reale su cosa altrui non può usucapire la proprietà della cosa stessa, se il titolo del suo possesso non è mutato per causa proveniente da un terzo in forza di opposizione da lui fatta contro il diritto del proprietario. Il tempo necessario per l'usucapione decorre dalla data in cui il titolo del possesso è stato mutato.” Ma nel caso in esame, quando e da chi sarebbe stato mutato questo titolo?

Circa i termini, la regola generale è che il diritto d’usucapione dei beni mobili scatti dopo 10 anni di “possesso in buona fede” e 20 anni di “possesso in malafede”, ma mi domando se si applichi ai beni culturali, perché non v’è dubbio che i Cimeli stradivariani siano cose “mobili che rivestono un interesse particolarmente importante per la loro attinenza con la storia dell'arte e della cultura”, e ricadano perciò sotto la tutela del vigente Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D. L. 2004, n. 41), che all’art. 44, c. 6, stabilisce fra l’altro che: “Per quanto non espressamente previsto dal presente articolo, si applicano le disposizioni in materia di comodato e di deposito”.

Insomma, la vicenda dell’acquisizione della Collezione Fiorini da parte del Comune di Cremona sembrerebbe essere nata male ed essersi molto ingarbugliata col passare del tempo. Chissà se questo mio ragionamento stimolerà qualcuno a impegnarsi in un doveroso chiarimento, soprattutto per rispondere alla domanda sostanziale, anche se forse soltanto astratta, che ho posto a titolo di questo articolo.

Gianpaolo Gregori

Gennaio 2018

Note:

[1] Gianpaolo GREGORI, «Dalle origini ai nostri giorni le vicende del Museo Stradivariano», in: Colloqui cremonesi, n° 77/1987.

[2] Andrea MOSCONI – Carlo TORRESANI, Il Museo Stradivariano di Cremona, Milano, Electa, 1987, p. 21.

[3] Elia SANTORO, Giuseppe Fiorini e i cimeli stradivari ani, contributo alla storia del Museo Stradivariano, Annali della Biblioteca Statale e Libreria Civica di Cremona, XXXVIII/2 1987, Cremona, Linograf, 1988.

[4] Fausto CACCIATORI (a cura di), Antonio Stradivari. Disegni – Modelli – Forme, Cremona,Museo del Violino, 2016.

[5] Archivio di Stato di Cremona, Comune di Cremona, Parte Moderna, busta 1651, Lascito Ponzone, prot. n. 4752, 27 aprile 1929.

[6] Ibidem.

[7] Elia SANTORO, cit.

[8] «Il Cav. Fiorini offre alla città di Cremona la sua collezione di cimeli di Antonio Stradivari», in: Il regime fascista, 15 maggio 1929, p. 5.

[9] Vedi: Elia Santoro, cit., p. 45, che cita un passo d’una lettera di Fiorini ad Anelli del 17 novembre 1929, senza indicarne la collocazione.

[10] Biblioteca Statale e Libreria Civica di Cremona, Ms. Civ. 117/6.

[11] «Collezione di cimeli stradivariani donata al Museo», in: Il regime fascista, 17 aprile 1930, p. 7.

[12] «Collezione di cimeli stradivariani donati al Museo di Cremona», in: Corriere della Sera, 18 aprile 1930, p. 5.

[13] Biblioteca Statale e Libraria Civica di Cremona, Fondo Bacchetta, 11/5.1.

[14] Vedi: Armando Giuffrida, Contributo allo studio della circolazione dei beni culturali in ambito nazionale, Milano, Giuffré, 2008.

[15] Cfr. Paola BUCCELLI, Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, Ricerca, Valorizzazione e fruizione dei beni culturali tra gestione diretta ed indiretta. Normativa nazionale, pp. 8-9, in:

http://sna.gov.it/www.sspa.it/wp-content/uploads/2010/04/Capitolo_I_parte_II.pdf

[16] Biblioteca Statale e Libreria Civica di Cremona, Ms. Civ. 117/12.

[17] Archivio di Stato di Cremona, Comune di Cremona, Parte moderna, busta 1651

[18] Ibidem.

[19] Un esemplare originale del cartoncino a stampa è conservato nella Civica Biblioteca, presso la Biblioteca Statale di Cremona, Ms. Civ. 113/2.

[20] Il numero era stato comunicato da don Camelli il 21 ottobre, con l’Elenco complessivo degli oggetti depositati in Museo dal Cav. Giuseppe Fiorini; il documento si conserva in due esemplari: 1) Archivio di Stato di Cremona, Comune di Cremona, Parte moderna, b. 1652; 2) Biblioteca Statale e Libreria Civica di Cremona, Ms. Civ. 118/8.

[21] Archivio di Stato di Cremona, Comune di Cremona, Parte moderna, busta 1651, fascicolo prot. 13087 del 29.10.1930, a cui sono allegate le carte precedenti con i numeri di protocollo 6061 del 17.5.1930 e 4752 del 25 e 19.5.1929. Una delle quattro copie dattiloscritte esistenti dell’atto, anch’essa non firmata, si trova presso la Libreria Civica, alla Biblioteca Statale e di Cremona, avendo forse seguito il “Carteggio Cozio” nella sua consegna fatta nel 1973, secondo Santoro, dal direttore pro-tempore del Museo Civico, prof. Alfredo Puerari; cfr. Santoro, cit.

[22] Biblioteca Statale e Libreria Civica di Cremona, Ms. Civ. 119.

[23] Biblioteca Statale e Libreria Civica di Cremona, Ms. Civ. 117/6.

[24] «La sala stradivariana nel Civico Museo e la donazione Fiorini (Il segreto di Stradivari”», in: Cremona, ottobre 1930, pp. 613-619.

[25] Biblioteca Statale e Libreria Civica di Cremona, Ms. Civ. 118/1 e Museo Civico “Ala-Ponzone”, protocollo corrispondenza.

[26] Museo Civico “Ala-Ponzone”, protocollo corrispondenza

[27] Archivio di Stato di Cremona, Comune di Cremona, Parte Moderna, b. 1651.

[28] Biblioteca Statale e Libreria Civica, Ms. Civ. 118/22.

[29] Museo Civico “Ala-Ponzone”, Archivio corrispondenza, n. 1432, lettera di Fiorini a Camelli dell’1.6.1932; Archivio di Stato di Cremona, Comune di Cremona, Parte moderna, busta 1652, comunicazione di Camelli al Podestà del 4.6.1932, prot. 10541 del 6.6.1934.

[30] Museo Civico “Ala-Ponzone”, Archivio corrispondenza, n. 1873, lettera di Guido Bianchi da Venezia del 12 maggio 1934.

[31] Santoro, cit., p. 45.

[32] I documenti sono in: Archivio di Stato di Cremona, Comune di Cremona, busta 1651.

[33] Museo Civico di Cremona, Archivio corrispondenza, 1932 , n. 1560.

[34] Copia della lettera inviata a don Camelli è conservata a Cremona nell’Archivio corrispondenza del Museo Civico “Ala-Ponzone”.

[35] Archivio di Stato di Cremona, Comune di Cremona, Parte moderna, busta 1651.

[36] Ibidem.

[37] Museo Civico “Ala-Ponzone”, Archivio corrispondenza.

[38] Archivio di Stato di Cremona, Comune di Cremona, Parte moderna, busta 1651.

[39] Ibidem

[40] Vedi nota 29.

[41] Archivio di Stato di Cremona, Comune di Cremona, Parte moderna, busta 1651.

[42] Ignazio Alessandro Cozio di Salabue, Carteggio (Trascrizione di Renzo Bacchetta), Milano, Cordani, 1950.

[43] Vedi: Gianpaolo GREGORI, “Gli inventari dei cimeli liutari di Cremona”, 2014, in: www.archiviodellaliuteriacremonese.it/monografie.

[44] Santoro, cit.

[45] Vedi: Gianpaolo GREGORI, “Cimeli liutari alla Libreria Civica di Cremona”, in: www.archiviodellaliuteriacremonese.it/monografie. 2015

[46] Simeone Ferdinando SACCONI, I “segreti di Stradivari, Cremona, Libreria del Convegno, 1972.

[47] Si tratta di un contratto reale, in quanto si perfeziona con la consegna del bene, e ad effetti obbligatori (v. 1376 c.c.), a forma libera (1325 c.c.) e ad esecuzione continuata.

[48] La consegna può anche realizzarsi nella forma della traditio brevi manu, che si ha quando il detentore consegue il possesso del bene. È invece escluso che possa aversi costituto possessorio perché esso fa si che il possessore diventi detentore, mentre il depositario consegue il possesso del bene.

[49] Pertanto, sono esclusi i beni immobili. Si ritiene, invece, che possano formarne oggetto le universalità di mobili.